"Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere sempre nuovi occhi” (Marcel Proust)

Biografia

BIOGRAFIA

Chi sono, cosa ho fatto…

Il giro corto…

Sono nato a Milano nel 1945.

Da oltre 50 anni lavoro come fotografo, giornalista e documentarista, dedicandomi allo studio delle culture del Sud del mondo. Ho viaggiato e soggiornato in decine di paesi extraeuropei: dall’Asia all’America Latina, dall’Africa all’Oceania, realizzando oltre 100 documentari di carattere socio-antropologico per Fininvest, RAI e TSI. Per il mio contributo alla divulgazione scientifico-culturale, il Comune di Milano mi ha insignito della Medaglia d’Oro di Riconoscenza.

Il giro lungo…

Mi sono diplomato in fotografia nel 1962 all’Istituto Professionale Cesare Correnti di Milano e ho svolto la mia prima esperienza lavorativa presso lo studio del maestro Fedele Toscani, padre di Oliviero, e poi in quelli di Manlio Conte e Silvano Maggi.

L’esperienza formativa più importante della mia vita, però, avviene presso lo studio di Serge Libiszewski, meglio noto come Sergio Libis, grande fotografo svizzero di moda e pubblicità, grazie al quale ho l’occasione di conoscere e frequentare i più apprezzati fotografi del tempo, da Ugo Mulas ad Alfa Castaldi, passando da Gaston Jung, imparando un mestiere che mi avrebbe presto spalancato le porte del mondo. Tra i primi lavori realizzati in quel periodo, anche un servizio fotografico dedicato a un giovane stilista emergente dell’azienda di abbigliamento Hitman, fondata da Nino Cerruti. Il suo nome è Giorgio Armani e per ringraziarmi mi regalerà una delle sue ultime creazioni.

L’avvento prorompente del fenomeno socio-culturale del ‘68, con i conseguenti sconvolgimenti politici, mi coinvolgono in prima persona e decido così di lasciare per sempre il mondo della pubblicità e della fotografia di moda per impegnarmi nella testimonianza e nella denuncia di ciò che avviene nelle strade di Milano. Manifestazioni, scioperi, bombe: un fermento sociale che cerco di immortalare con migliaia di scatti.

Allo stesso tempo, cresce in me la voglia di conoscere ed esplorare il mondo culturale che travalica i confini ai miei occhi sempre più stretti di Milano e dell’Italia intera.

Nel 1969 intraprendo da solo un viaggio d’esplorazione che mi tratterrà per due lunghi mesi nella lontana e pressoché sconosciuta Indonesia: a Java, Bali, Sumatra e nella sperduta isola di Siberut dove documento, anche con riprese filmate, la vita primitiva del misterioso popolo mentawaiano. È sicuramente tra quella meravigliosa popolazione che scopro la mia vera vocazione e prende il via la mia attività come documentarista.

Nell’aprile del 1970 è la volta del Sud America insieme a mio fratello Damiano: sei mesi tra Argentina, Bolivia, Brasile e Paraguay. Tra mille vicissitudini (tra cui l’arresto e la detenzione in carcere) passiamo dalla foresta del Chaco boliviano a quella paraguayana per immortalare l’esistenza degli ultimi gruppi indigeni Ayoreos.

 

Ci troviamo a La Paz, in Bolivia, quando il governo militare annuncia lo scoppio, nella località di Teoponte, di una nuova guerriglia dell’ELN, l’Esercito di Liberazione Nazionale fondato da Ernesto Che Guevara. Coinvolti dai drammatici avvenimenti che si susseguono davanti ai nostri occhi, filmo con una Bolex 16mm le immagini di quello che sarà “Bolivia 1970”, il mio primo vero documentario.

 

Sempre in Bolivia, a Camiri, dal tetto del convento dei frati francescani ero rocambolescamente – e pericolosamente – riuscito a filmare alcune immagini di Regis Debray e Ciro Roberto Bustos, compagni del Che nella guerriglia boliviana, mentre scontavano la condanna a 30 anni di prigione. Ad oggi sono le uniche immagini esistenti dei due prigionieri in carcere.

“Bolivia 1970”, documentario militante e totalmente autoprodotto, realizzato con mio fratello Damiano e lo studioso argentino Elìas Condal, ha riscosso per anni notevoli consensi, sia in Italia che in America Latina.

La prima presentazione del documentario si tenne a Milano nel 1971, presso il Circolo Culturale “La Comune” fondato da Dario Fo.

“Bolivia 1970” costituisce ancora oggi una testimonianza importante di quei tempi ed è custodito nell’Archivio della Cineteca Boliviana.

Il 1972 mi vede impegnato in Irlanda del Nord, a Belfast, dove entro come semplice turista per documentare la lotta dell’IRA nei drammatici giorni del Bloody Friday, ritrovandomi in una città devastata da bombe e attentati.

Lo stesso anno torno in Sud America insieme a mio fratello Damiano, che ora mi accompagna in qualità di fonico. In Perù realizziamo due documentari. Il primo, “Viaggio nel Perù preincaico”, è un lavoro archeologico in 16mm a colori e viene trasmesso dalla RAI nel 1973. Parallelamente, la Sugar Editore pubblica il libro fotograficoRegni di Pietra. Alla scoperta del Perù preincaico”, che conta con le mie fotografie e con il contributo scientifico e letterario di Peter Kolosimo, giornalista e scrittore, e Marcel Homet, noto archeologo e antropologo francese.

 

Il secondo lavoro, “Viva el Perù” in bianco e nero, anche questo interamente autoprodotto, è invece una approfondita analisi socio-politica del paese andino, attraversato da continui fermenti rivoluzionari, rivendicazioni indigene e lotte per la riforma agraria. Importante la testimonianza sulla complessità del paese da parte di Hugo Blanco, leader storico delle lotte contadine in favore degli indigeni Quechua. Il documentario, presentato al Festival dei Popoli di Firenze e diffuso per anni in numerosi spazi culturali, fa parte dell’Archivio Storico Peruviano.

Lasciato il Perù, percorrendo la celebre Panamericana, raggiungo il Cile di Salvador Allende. Nel primo governo socialista democraticamente eletto in America Latina documentiamo la problematica realtà sociale e politica di un paese accerchiato dal boicottaggio economico imposto dagli Stati Uniti: un esempio di governo popolare troppo pericoloso che doveva essere a tutti i costi fermato. Durante una manifestazione in onore del “Che”, a Santiago, immortalo la militante afroamericana Angela Davis, da poco uscita dal carcere.

Dopo il sanguinoso colpo di stato militare perpetrato da Augusto Pinochet l’11settembre 1973 collaboro alla pubblicazione del libro di Elias Condal “Il Cile di Allende e il ruolo del MIR” (Mazzotta Editore): la prima lucida analisi politica sulla tragica fine del governo cileno di Unidad Popular.

Nel 1974, grazie al “compagno poeta” Giulio Stocchi, conosco la pittrice catalana Magda Castel, che diventerà presto mia moglie e, successivamente, la madre dei nostri figli Eloy e Raúl. Nel 1977, Magda illustrerà la copertina di “La Cantata rossa per Tall El Zaatar”, LP che vede la collaborazione di Gaetano Liguori, lo stesso Giulio Stocchi e Demetrio Stratos.

Nel 1976, con il materiale fotografico raccolto nel corso dei tanti viaggi in Indonesia, viene pubblicato il libro “Indonesia” (C.DC. Edizioni). Si tratta di una delle prime pubblicazioni a far conoscere alcune delle più belle e sorprendenti isole di un paese fino ad allora poco conosciuto in Italia.

L’anno successivo, il 1977, avrei trascorso più di quattro mesi nell’arcipelago indonesiano insieme a mia moglie Magda per realizzare le riprese cinematografiche di due documentari culturali poi trasmessi dalla RAI.

Nel 1980, insieme e Elias Condal e mio fratello Damiano, sono in Brasile per la realizzazione di due documentari RAI sul tragico problema della fame nel mondo. In una favela di San Paolo incontriamo, insieme alla sua famiglia, il leader sindacale Lula Ignacio Da Silva: l’intervista che ci rilascia è una testimonianza illuminante sul problema del sottosviluppo in Brasile.

Nella piccola cittadina di Olinda, nello Stato del Pernambuco, intervistiamo anche don Helder Camara, il “vescovo dei poveri”, che con le sue toccanti parole farà da filo conduttore per l’inchiesta “La Fame degli altri”. La toccante voce in portoghese di don Helder Camara viene gratuitamente doppiata dal grande attore del “Piccolo Teatro” Tino Carraro.

Il 1981 mi vede per la prima volta sull’isola di Hispaniola, prima in Repubblica Dominicana e poi ad Haiti, dove realizzo un reportage fotografico sui riti Vudù. L’anno successivo sarei di nuovo tornato ad Haiti per la RAI, così da realizzare il documentario “Il Vudù: la sacra ebbrezza”, incentrato sulle credenze magico-religiose del popolo haitiano.

 

Nel 1985 partecipo come documentarista alla spedizione alpinistica ai due Gasherbrun di “Quota 8000” in Karakorum (Pakistan), un’esperienza fisica e professionale molto impegnativa. In una marcia di avvicinamento su e giù tra montagne riprendo gli alpinisti e i 200 portatori che li accompagnano, fino al raggiungimento, dopo 16 giorni, del campo base a 5.200 metri. “Porter”, il documentario sulla spedizione e la vita dei portatori Baltì, che vivono trasportando carichi di oltre 40 chili, verrà poi presentato al Festival della Montagna di Trento.

 

Nel 1985 inizia la mia collaborazione con le reti Mediaset, in particolare con Canale 5 e con il programma “Jonathan, dimensione avventura”, condotto da Ambrogio Fogar. Amico di gioventù, Ambrogio mi aveva presentato Piero Crispino, responsabile della trasmissione, ed era nato così un rapporto lavorativo che si sarebbe protratto fino al 1994.

In questo periodo, ha inizio un sodalizio lavorativo con lo studioso ed esperto viaggiatore Maurizio Leigheb, che mi porterà a realizzare importanti documentari culturali, tutti girati in pellicola 16mm.

 

Nel 1986, durante una avventurosa esplorazione di oltre due mesi in Irian Jaya (Indonesia), realizzo le riprese del documentario “Nuova Guinea, viaggio nella preistoria”, un importante lavoro antropologico che documenta la vita delle popolazioni Asmat, Dani, Yali, Mek e Koroway, che costruiscono le loro capanne sugli alberi. Il documentario viene presentato con notevole successo al Festival della Montagna e dell’Esplorazione di Trento.

 

Tra il 1987 e il 1989, ben sette spedizioni esplorative mi portano in Brasile e Venezuela per filmare l’esistenza di gruppi indigeni che vivono ancora isolati nella foresta dell’Amazzonia. La serie di documentari su gli indios Matis, Xicrin, Arara, Parakanà e Yanomami è trasmessa e venduta anche all’estero, oltre che diffusa in home-video in un cofanetto di cinque VHS dalla ViviVideo (Rizzoli). Di grande interesse il documentario “Sydeney Possuelo, una vita per gli indios”, un viaggio con l’ultimo grande ‘sertanista’, esploratore della foresta, che ha contattato negli anni gli ultimi indios isolati.

 

Nel 1989 ci addentriamo lungo il fiume Orinoco in Venezuela per filmare e documentare la incredibile storia di Helena Valero, donna rapita dagli indios all’età di tredici anni e rimasta prigioniera degli yanomami per oltre 24 anni: una testimonianza straordinaria raccolta nel piccolo villaggio sul rio Ocamo pochi anni prima della sua morte.

Sempre in Amazzonia, nello stato del Parà, filmiamo la vita dei “garimpeiros” nell’inferno della miniera di Serra Pelada, dove migliaia di disperati scavano come schiavi in cerca dell’oro. Da lì raggiungiamo la comunità di Kalunga, l’ultimo quilombo di schiavi fuggitivi africani.

 

Il 1986 segna anche l’inizio del mio rapporto lavorativo con Rinaldo Giambonini, giornalista e regista della RSI, Radiotelevisione Svizzera Italiana. Insieme viaggiamo in Uganda, tra i Karamajong, e poi ad Altamira, in Brasile, per documentare l’incontro dei popoli indigeni dell’Amazzonia che lottano contro la costruzione di una grande diga nel loro territorio.

Nel 1988 Piero Crispino mi incarica di documentare un’importante ma rischioso reportage. Si tratta di entrare clandestinamente in Birmania insieme a mio fratello Damiano e alla giornalista di Mediaset Gabriella Simoni. Raggiungiamo dunque la Thailandia e a Bangkok ci incontriamo con le tre persone che dovranno accompagnarci in territorio birmano. Si tratta di un inglese dei servizi segreti e di due statunitensi ex-combattenti in Vietnam e Laos. Solo a quel punto veniamo informati del fatto che lo scopo del reportage è quello di filmare e intervistare il generale Khun Sa, il “signore della droga”.

 

Dal nord della Thailandia, al calar del buio, passiamo il confine e camminiamo per tutta la notte attraverso la foresta, così da raggiungere il territorio birmano controllato dall’esercito di Khun Sa, uno Stato nello Stato.

Per due settimane filmiamo la città militare e la vita del popolo shan, principalmente dedicato alla coltivazione, alla raccolta e alla produzione di pasta di oppio. L’intervista filmata a Khun Sa, in cui si dice disposto a mettere fine alla produzione di droga in cambio della concessione di un adeguato compenso in denaro da parte degli USA, è la seconda rilasciata a un’emittente televisiva europea.

 

Nel 1988, insieme ad Ambrogio Fogar e all’esperto Renato Moro, parto per un lungo e avventuroso viaggio in Nepal, Cina e, poi, sul “tetto del mondo”, in Tibet.

 

A partire dal 1990, insieme a Giambonini, realizzo numerosi lavori per la Televisione Svizzera incentrati sulla storia e la vita di missionari e cooperanti ticinesi. Viaggiamo così in Tanzania, Ruanda, Kenia, Argentina, Uruguay, Colombia, Bolivia, Perù e Australia.

Nel 1991, grazie a Canale 5, otteniamo dei permessi speciali per entrare in Vietnam e Cambogia, così da permetterci la realizzazione di tre importanti documentari a distanza di 16 anni dalla fine della guerra. Ad Hanoi, incontriamo il leggendario generale Giap, che ci rilascia una straordinaria testimonianza sulla difficile realtà di un paese ancora così profondamente ferito. In Cambogia passiamo dallo splendore del regno Khmer di Angkor, alla prigione segreta S-21, oggi Museo del Genocidio, situato nella città di Phnom Phen.

Nel 1992, per la trasmissione “Reporter”, in onda su Canale 5, realizzo un documentario, “Rondonia, Far West del Brasile”, sui “garimpeiros” che inseguono il sogno dell’oro lungo il rio Madera. Ricordo ancora le parole di Valentino, un avventuroso italiano che con la sua barca dragava il fiume: “La pistola è la tua salvezza. Qui ci sono ladri e delinquenti. Se non hai un’arma, sei morto”.

Ho inoltre la possibilità di incontrare e intervistare don Pedro Casaldaliga, teologo della liberazione, catalano come mia moglie, a quel tempo vescovo di Sao Felix do Araguaia. Più volte candidato al Premio Nobel per la Pace, il suo racconto è una riflessiva e attuale testimonianza a 500 anni dalla Conquista dell’America.

 

Sempre nel 1992 mi inoltro nell’interno della foresta della Rondonia per filmare gli Uruweu-Wauwau, bellicoso gruppo indigeno Tupì Guarany recentemente contattato dal sertanista Apoena Meirelles. Sarà proprio lui, una volta lasciata la presidenza della FUNAI, a denunciare davanti alle nostre telecamere la fine inevitabile cui sarebbero andati incontro gli indios dell’Amazzonia per via delle politiche nefaste del governo brasiliano. Poco dopo l’intervista, Apoena avrebbe pagato con la vita le sue numerose denunce, finendo ucciso come un cane in strada da due killers.

 

Tra il 1993 e il 1994 torno in Boliva, dopo 23 anni di assenza, insieme a mia moglie e mio fratello. Per Canale 5 realizziamo due documentari: “La febbre dell’argento”, girato nella miniera di Potosì, a 4200 metri d’altitudine e “Il Tinku”, sull’antico rituale di “incontro-scontro” tra le comunità quechua dell’altopiano andino.

Nel 1994 approdo in Africa, in Namibia, con una spedizione nei territori selvaggi del Kaokoland, la “terra degli Himba”, un popolo, questo, di pastori nomadi, la cui organizzazione sociale matrilineare assegna alle donne un ruolo di primaria importanza. Il documentario che ne risulterà, “Un popolo nel vento”, verrà trasmesso dalla RSI.

 

Nel 1995, con il sostegno del Trekking International di Beppe Tenti, insieme a mio fratello Damiano e il giornalista Pietro Gigli, sono tra i primi italiani a entrare nel regno del Bhutan per documentare un paese ancora segreto, che ha conservato pressoché intatte le sue secolari tradizioni culturali e religiose.

Da lì, raggiungiamo il Nepal, dove in seguito a una lunga marcia attraverso l’impervia catena himalaiana, riusciremo a incontrare il grande esploratore australiano Edmund Hillary, il primo a scalare l’Everest nel 1953.

 

Con il 1995 comincia una lunga e produttiva collaborazione professionale con la RSI. Con Enzo Pelli prima e Federico Jolli poi, responsabili dei programmi culturali, progetterò e realizzerò in co-produzione, nei successivi 20 anni, decine di importanti documentari, spaziando dall’Asia all’Africa e all’America Latina.

 

Con Pietro Gigli, nel 1995, riesco ad entrare nel misterioso Laos. Da Luang Prabang, in un avventuroso viaggio lungo il corso del Mekong, ci spingiamo verso l’interno del paese, entrando in contatto con i popoli delle montagne, nel “triangolo d’oro”: la terra dell’oppio. Le immagini del documentario mostrano la vita delle minoranze animiste Lahu, Lanten e Akha, gruppi isolati di montagna che coltivano riso, mais e, soprattutto, papaveri da oppio.

 

Nel 1996 approdo in Birmania, a quel tempo uno dei paesi meno conosciuti del Sud-est asiatico per via dell’isolamento in cui è stato forzatamente costretto per decenni dalle autorità di Rangoon. Il documentario che ne risulterà è impreziosito da una rara testimonianza del Premio Nobel Aung San Suu Kyi, da anni agli arresti domiciliari.

 

Lo stesso anno, ancora in Bolivia, firmo il documentario “Coca verde, cocaina bianca”. A Cochabamba ho l’opportunità di incontrare Evo Morales, a quel tempo leader dei “cocaleros”, che denuncia con forza la criminalizzazione delle coltivazioni di coca da parte del governo, incapace di cogliere la distinzione tra la droga e una tradizione culturale che è anche l’unica risorsa per migliaia di poveri contadini.

 

Il 1997 mi vede di ritorno in Perù per rivivere la storia leggendaria di Tupac Amaru, l’ultimo inca a ribellarsi contro i conquistatori spagnoli. Il documentario mostra la tradizione del “Charaje” dove, in un altopiano a 4600 metri di altitudine, gruppi indigeni delle comunità quechua della zona si affrontano a colpi di pietre, scagliate con incredibile violenza con le fionde tradizionali, così da irrorare e onorare col sangue la Pacha Mama, la Madre Terra.

 

Nel 1998 viaggio tra i nomadi delle steppe, in Mongolia, nella terra leggendaria di Gengis Khan; una terra rimasta isolata per secoli dal resto del mondo, le cui tradizioni sono però oggi in serio pericolo a causa del rapido processo di modernizzazione che ha coinvolto il paese.

 

Nel 1999 sono di ritorno in Bolivia per realizzare “Violini della foresta”, un documentario che racconta la storia del più straordinario conservatorio di musica al mondo, un’orchestra composta da decine di piccoli musicisti indigeni di etnia Guarayo che, nel cuore della foresta boliviana, fa rivivere l’antica musica barocca tramandata di generazione in generazione dai gesuiti spagnoli.

 

Tra il 1992 e il 2002 sono impegnato in una serie di 10 documentari dedicata al rapporto simbiotico che lega l’uomo all’animale nei contesti geografici e culturali più variegati della terra. “Vita con gli animali”, questo il titolo della serie, racconta le storie, le tradizioni e i riti che siglano questo particolare legame.

 

Tra il 2002 e il 2004 porto a termine la mia più impegnativa realizzazione cinematografica: un progetto incentrato sul problema del lavoro minorile nel mondo. Si tratta di una serie di 14 documentari che denuncia il vergognoso sfruttamento di bambini e bambine in Africa, Asia e America Latina: storie di minori che lavorano a tempo pieno, coinvolti in attività pericolose, sottoposti a violenze fisiche e psicologiche, impegnati come operai, facchini, spaccapietre, mendicanti e raccoglitori, oltre che vittime di sfruttamento sessuale.

 

Dal 2005 seguono altri importanti lavori. Tra questi, un documentario girato in Sierra Leone che, attraverso la guida di Chema Caballero – missionario spagnolo -, ripercorre la realtà di uno dei paesi più poveri al mondo, devastato da un’atroce guerra civile che ha causato più di 100mila morti. È la storia dei diamanti insanguinati e delle conseguenze drammatiche che la guerra per il controllo dei giacimenti di pietra preziosa ha inflitto alle ultime generazioni.

 

Negli ultimi anni sono tornato più volte in America Latina: in Repubblica Dominicana, per un documentario sulle condizioni quasi-schiavistiche in cui lavorano i tagliatori di canna da zucchero haitiani; in Bolivia, per entrare in una delle più pericolose carceri del paese dove sono rinchiusi anche molti minori; e in Nicaragua, per raccontare la storia di Maritza, una donna che sopravvive con la sua famiglia rovistando tra i rifiuti della grande discarica di Managua.

 

Nel 2015 sono tornato in India, a Piduguralla, per ritrovare uno dei “cuccioli di calce” che avevo filmato dieci anni prima per la serie sul lavoro minorile. È il racconto dell’emozionante incontro con Padma, ora una giovane madre che è riuscita ad abbandonare le fornaci dove lavorava da bambina.

 

Infine, nel luglio del 2019, a cinquant’anni esatti dal mio primo viaggio in Indonesia, sono tornato sull’isola di Siberut insieme a tutta la mia famiglia, per portare mia moglie e i miei figli in quei luoghi dove tutto ebbe inizio, così da chiudere un cerchio lungo mezzo secolo e, in qualche modo, lasciare il testimone di questa lunga avventura che mi ha portato a scoprire l’infinita ricchezza culturale di questo mondo.

Ritorno all’eden perduto” è il titolo del documentario che ne è risultato; un documentario in cui, per la prima volta, sono protagonista davanti alle telecamere sapientemente manovrate dai miei figli Eloy e Raúl che, in modi diversi, hanno seguito i miei passi. Ma è anche un documentario che mostra, a distanza di 50 anni, cosa resta della popolazione mentawaiana e della sua cultura. Infine, è un modo per saldare, almeno simbolicamente, quel debito umano che mi lega a questo remoto angolo di terra, dove qualcuno, forse, sembra ancora ricordarsi di un giovane e strano ragazzo bianco arrivato dal mare.

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