“Cinquant’anni di mondo. Diario di un documentarista”: la prefazione di Alfredo Somoza al libro di Adriano Zecca

C’è un filo sottile che lega i grandi esploratori ai documentaristi dei tempi in cui cinema e televisione erano gli unici media audiovisivi: la curiosità, il desiderio di conoscere mondi e popoli lontani. Ma le analogie si esauriscono qui, perché gli esploratori che riempirono pagine e pagine raccontando le loro scoperte non erano così “innocenti” come vengono ricordati: lavoravano per Paesi dai robusti appetiti coloniali, volevano ribadire la superiorità di una certa “razza”, celebravano il proprio eroismo. I documentaristi sono, invece, un popolo a noi invisibile, del quale conosciamo solo l’opera artistica e creativa, e non nascondono secondi fini. Il loro obiettivo è documentare la vita di popoli remoti e minacciati dall’avanzata della società globale, mostrare ambienti naturali da ammirare e preservare, raccontare – ragionando – le grandi sfide politiche, culturali, economiche che segnano il presente e indicano l’avvenire della nostra avventura terrena.

Adriano Zecca fa parte di questo “popolo invisibile” nascosto dietro la cinepresa, ma oggi ci regala il dietro le quinte del suo lavoro: la voce e i ricordi dei protagonisti di quella parte della grande storia del ’900 che ha avuto il privilegio di conoscere senza filtri. E sono diversi i filoni che affronta: da quello antropologico, che ha segnato il suo esordio nel villaggio indonesiano di Lubaga, ai reportage con i protagonisti dell’ondata di cambiamenti che hanno trasformato il volto dell’America Latina, come Evo Morales e Lula da Silva. Soprattutto, lui c’era nei luoghi giusti nel momento giusto, come il Cile della speranza di Salvador Allende e il Vietnam combattente del generale Giap. Ma ha conosciuto anche i luoghi della sofferenza estrema, come la miniera peruviana di La Rinconada o la città indiana della calce, Piduguralla, dove si sfruttano anche i bambini.

Ogni capitolo del libro è un flash del mondo degli ultimi 50 anni, visto e fotografato nei suoi angoli più inesplorati e ignoti ai grandi media. Con uno sguardo sempre laico e attento alle opinioni degli ospiti del suo obiettivo: non importa se pacifici campesinos o cosiddetti “cannibali” dell’Irian Jaya, nelle sue immagini sono sempre esseri umani che ci trasmettono sofferenza, gioia, modi di vita spesso inimmaginabili per noi. Questo è il valore del documentario quando chi lo realizza è ispirato soltanto dal desiderio di farci conoscere ciò che non avevamo mai visto: raccontare facendo parlare i protagonisti, senza giudicare mai. La grandezza dell’opera cinquantennale di Adriano Zecca è questa. Anche se pochi se ne sono accorti, è stato coraggioso artefice di una visione del mondo basata sulla verità e sul rispetto della gente. Soprattutto parlando di popoli lontani, ci ha permesso di distinguere le fantasie, i luoghi comuni e i pregiudizi dalla realtà.

Alla fine, e lo confermano le storie delle persone interpellate da lui in questi anni, siamo tutti sulla stessa barca e lottiamo per gli stessi principi, quelli della dignità e della libertà. Cinquant’anni di mondo, di Adriano Zecca, è una storia breve di mezzo secolo che andrebbe proposta nelle scuole. Fin dalla prima pagina si percepisce, oltre alla sua capacità professionale, lo spirito di un uomo che ha dedicato la propria vita alla conoscenza, spingendosi fin dove vivono uomini e donne dei quali non sappiamo quasi nulla. Rischiando? Forse in qualche situazione sì. Ma, alla fine, ciò che era un’utopia per quel giovane che sfidava i coetanei camminando sui cornicioni delle mura di Orvieto, è diventato realtà. Addentrarsi nelle foreste impervie, navigare fiumi impetuosi e scalare montagne è stato solo la naturale evoluzione della sua sete di conoscenza. Questo libro ci trasmette la certezza che è possibile realizzare il sogno di raccontare il mondo: soprattutto quando, grazie al talento e alla professionalità, quel sogno diventa un dono per gli altri.

 

ALFREDO SOMOZA, giornalista e scrittore.

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