RITORNO ALL’EDEN PERDUTO

I mentawai e il documentario

di Adriano Zecca

“Dopo una burrascosa traversata su un malandato peschereccio locale sono approdato alla sospirata isola di Siberut, nell’arcipelago delle Mentawai, 90 miglia a ovest di Sumatra, Indonesia”

Era il 21 luglio del 1969 e queste le note di campo che segnavano l’inizio della mia avventura in uno dei luoghi più misteriosi e meno conosciuti della terra. Fu quell’esperienza straordinaria, a contatto con una popolazione incontaminata, a segnare anche l’inizio della mia attività come documentarista. Dopo mezzo secolo di viaggi, reportage e documentari, a conclusione di una carriera negli angoli più remoti del mondo, tuttavia, una domanda ancora mi perseguita come un fantasma: che ne è stato di quella piccola isola, Siberut, e del suo fiero “popolo dei fiori”? Sono ancora presenti le tradizioni, le credenze e i rituali religiosi che in quei lontani tempi ho avuto il privilegio di documentare e che testimoniavano l’esistenza di una vita inalterata nel tempo?

 

 

Chi sono i mentawaiani?

Nel 1969, quando visitai Siberut, l’isola contava circa 30mila abitanti sparpagliati in piccoli gruppi, a costituire una delle popolazioni meno conosciute al mondo. I mentawaiani, questo il loro nome, erano un gruppo indigeno autoctono il cui stile di vita, in totale simbiosi spirituale con la natura, si presentava pressoché immutato dalle sue origini. La loro lingua, la loro carnagione, le loro tradizioni e la loro cosmologia non avevano nulla a che fare con quelle della vicina Sumatra e dell’Indonesia in generale; fatto che contribuì a generare ancor più mistero sulle origini di questa popolazione.

Quando li incontrai, i mentawaiani non conoscevano la lavorazione del metallo né l’arte della tessitura, ma soprattutto non conoscevano il riso, coltivato e consumato in tutta l’Indonesia. La loro vita dipendeva essenzialmente da una palma di cui non si butta via nulla: il sago. Inoltre, vivevano di caccia e di pesca, attività che svolgevano con l’aiuto di archi e frecce avvelenate

Organizzati in clan patrilineari, dimoravano su palafitte di legno e bambù distribuite lungo l’argine dei fiumi, condividendo la vita sociale attorno all’UMA, il grande spazio comunitario dove si tenevano le assemblee, cui partecipavano anche donne e bambini, e le cerimonie rituali. Grande rilevanza, per tutta la comunità, era rivestita infatti dalla figura dello sciamano, il Kerei, colui che grazie al potere di comunicare con le anime degli antenati e degli spiriti, aveva il compito di scacciare gli influssi malefici che incombevano sui membri del clan.

La comunicazione con le anime occupava un posto di primaria importanza nella cosmogonia mentawaiana, poiché si considerava che non solo ogni essere vivente, ma anche ogni elemento della natura fosse dotato di un’anima. Offendere una qualsiasi di queste anime avrebbe comportato pene terribili, malattie e persino la morte. Di qui il grande rispetto e attenzione che il “popolo dei fiori” dedicava all’ecosistema, fino al punto da chiedere il permesso all’anima dell’albero prima di reciderne il tronco per farne una canoa.

In quegli anni, i mentawaiani conducevano la loro quotidianità completamente nudi, coprendo solamente le loro parti intime: gli uomini con un piccolo perizoma e le donne con un gonnellino di frasche. Erano così ben visibili i numerosi tatuaggi che caratterizzano questa popolazione e attraverso i quali ogni membro esprime il proprio status e il clan di appartenenza.

 

 

E oggi?

Sono trascorsi 50 anni, mezzo secolo, da quando entrai per la prima volta in contatto con quel bellissimo popolo. Le immagini cinematografiche che riuscii a filmare e le foto che potei scattare in mezzo alla foresta dove allora vivevano restano una testimonianza di grande valore etnografico. L’avvento della globalizzazione e del progresso non ha risparmiato questa piccola isola indonesiana e, come molto spesso è accaduto anche in altri angoli del mondo, usi e tradizioni secolari ne hanno subito le conseguenze più tragiche. Le trasformazioni che la società indonesiana ha attraversato in questo lungo periodo hanno irrimediabilmente coinvolto – e forse compromesso per sempre – anche la vita dei mentawaiani, le cui foreste sono oggi oggetto di uno sfruttamento dissennato per l’accaparramento del pregiato legname. Il governo centrale di Jakarta ha proibito la pratica ancestrale dei tatuaggi, così come l’uso del perizoma, la caccia alle scimmie e numerose pratiche rituali tradizionali. I flussi turistici provenienti da tutto il mondo in cerca di avventura, esoticità e onde oceaniche da cavalcare, hanno trovato in questo arcipelago una meta prediletta, con tutte le conseguenze prevedibili. Infine, molti mentawaiani sono stati costretti a lasciare le abitazioni comunitarie in cui vivevano e sono stati trasferiti in insediamenti costruiti ex-novo, vicino a scuole, ospedali e servizi di vario genere. Altri, forse per sfuggire a questo destino indesiderato, sono penetrati ancor più all’interno della foresta.

 

 

Il documentario: un ritorno in famiglia

Nel luglio del 2019, dopo mezzo secolo di carriera, una domanda continua a perseguitarmi come un fantasma del passato: che ne sarà stato di quella piccola isola, Siberut, e degli “uomini fiore” con cui ebbi la fortuna di condividere la quotidianità nel 1969?

Questo documentario è il tentativo di una risposta ma, soprattutto, la storia avventurosa di un ritorno emozionante e il bilancio esistenziale di un’intera vita. 50 anni dopo, infatti, ho deciso di ripercorrere le tracce di quel mio primo viaggio insieme a tutta la famiglia: mia moglie Magda, pittrice spagnola, e i miei due figli Eloy e Raúl che, in modi diversi, hanno seguito i miei passi: il primo nel mondo del cinema e il secondo come antropologo.

Utilizzando come filo conduttore le fotografie e le immagini cinematografiche realizzate nel 1969, abbiamo così provato a ripercorrere a ritroso quell’esperienza, tornando negli stessi luoghi di allora, alla ricerca delle famiglie incontrate in quei tempi lontani.

RITORNO ALL’EDEN PERDUTO

Una coproduzione ELOY ZECCA-RSI RADIOTELEVISIONE ITALIANA

 

Produttore RSI Michael Beltrami

Fotografia Eloy Zecca

Testo Raúl Zecca Castel

Montaggio Adriano Zecca

Musica originale Alessandro Paiola

Color Diego La Rosa

 

Sonorizzazione e mix Malgorzata Polit – Top Digital

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Nato a Milano nel 1945, fotografo, giornalista e documentarista, da oltre trent’anni dedica la sua attività allo studio delle culture del Sud del mondo.

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